Un gioco da bambini. Forse.

Un gioco da bambini?

Alla mia destra i campi verdi scorrono veloci, forse troppo veloci.

Appoggio la testa nuda al freddo vetro del finestrino e lascio viaggiare prima gli occhi. Li riempio fino all’orlo con tutto quello che riescono a catturare, poi comincio a foraggiare la mente.

Chiudo gli occhi e sono in volo: ho vinto la forza di gravità e l’inspiegabile paura di cadere verso l’alto e controllo i venti e le volontà.

Ascendo verso l’azzurro perché non riesco più a tollerare l’idea di vedere le nuvole soltanto dal basso. Voglio volar loro accanto, passarci sopra e attraverso, sfiorarle dove sono lambite dal sole e dove si nascondono nell’ombra. Voglio vederle mentre si sfilacciano e poi si ricompattano, mentre si scontrano e si fondono, quando fanno l’amore e quando litigano scatenando fulmini e tempeste.

Le montagne, colossi di roccia antichi più della morte stessa, che con uno starnuto possono sterminarci a migliaia, sfilano sotto di me come ancestrali guardiani custodi della saggezza.

Riesco a dimenticare il confuso vociare dell’essere umano, così insignificantemente minuto da non essere neppure in grado di rispettare ciò che gli ha dato la vita. Quassù posso ascoltare il vento e i tremiti di passioni che porta con sé, posso tornare per la prima volta a far parte del giorno e della notte senza alcun orologio che me ne suggerisca il transire dall’uno all’altra e viceversa. Posso urlare se voglio urlare e cantare se voglio cantare e piangere se voglio piangere.

Loro hanno visto così tanto da non poterlo raccontare in una rapida vita umana, fiammella nell’uragano.

Per loro sono solo un bimbo che gioca, ma provano tenerezza a guardarmi durante le mie evoluzioni. Perché come a un bimbo, i miei occhi brillano di una luce pura.

Non voglio denaro, non voglio onori e non voglio fama.

Voglio soltanto stare quassù.

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