In gabbia. In Italia.

In gabbia

Emigro.

Prima o poi, intendo.

D’accordo, non sono così ingenuo da non sapere che non esiste una Terra Promessa in nettare e ambrosia scorrono placidi al posto di tumultuose acque inquinate e infette. Tiro il fiato e auguro sopravvivenza a questa sequela impropria di negazioni concatenate, atte a vanificare qualsivoglia tentativo di districarsi tra locuzioni e sentenze.

Tornando ai motivi della mia emigrazione, mi tedierei a elencarli tutti, perciò mi atterrò all’ultimo, accaduto poche settimane fa in una ridente cittadina del Nord Italia, quel nord così avanzato, pulito e civile. Almeno così si dice.

Ero a casa di mia mamma, che possiede una villetta a schiera, quando iniziamo a percepire un forte tanfo di bruciato. Preoccupati ne cerchiamo la fonte e scopriamo con somma sorpresa che il vicino di casa aveva acceso un falò in giardino per bruciare le immondizie. La pratica di “accensione falò in giardino di villa a schiera” è ovviamente poco sicuro, come ogni persona pensante e di ragionevole intelletto può facilmente intuire.

Nel nostro caso, però, non solo il suddetto vicino è poco dotato di materia grigia, ma risulta anche sordo alle giudiziose lamentele dei vicini che avrebbero tutta l’intenzione di vedere le proprie case finire al rogo senza essere neppure passate per una minima inquisizione.

Madre Natura si è certo schierata fin dalla nascita contro il pover’uomo, privandolo di una serie di attributi che avrebbero potuto renderlo un individuo intelligente, cioè che intellige.

Non restava che appellarsi alle Forze Dell’Ordine, quella Polizia Locale il cui telefono squillava tristemente e inaspettatamente a vuoto.

Ci saremmo aspettati infatti di trovare la linea occupata, ma che nessuno rispondesse pareva almeno sospetto.

Finché una signora, altra vicina di casa, si affaccia all’uscio e con disinvoltura: “E’ normale che non rispondano al telefono: non ci sono.”

“E dove sono?”

“Sono nel paese XX oggi, perché, dopo i cospicui tagli alle forze dell’ordine, quel poco personale rimasto deve dividersi fra più comuni, trascorrendo poche ore alla settimana in ciascuna località. Bisogna riprovare a chiamarli al giovedì pomeriggio, quando saranno di nuovo qui.”

Ma il falò sta bruciando oggi.

Sgomento generale.

I pensieri turbinano.

Facciamo la patente a punti e inaspriamo le pene per i pirati della strada, giusto! Ma non c’è nessuno a controllare le strade.

Parliamo di sicurezza del cittadino e ne facciamo il grimaldello con cui scardinare le coscienze degli italiani in campagna elettorale, ma nessuno veglia su di noi.

Molte stazioni di carabinieri e polizia possiedono mezzi vetusti, ad esempio pochi pc malridotti e vecchi, malfunzionanti, senza connessione a Internet. Gli agenti devono spesso provvedere da soli a piccole spese anche di cancelleria, perché mancano i fondi.

Però spendiamo un sacco di soldi per inviare l’esercito a L’Aquila per il terremoto e a Napoli per la munnezza. Perché si sa che dove c’è un terremoto bisogna presidiare, non ricostruire. Perché in TV ci dicono che l’emergenza dell’Abruzzo è finita in quanto gestita con sapienza, ma non ci dicono che il capoluogo è ancora una città fantasma perché nessuno ha ancora investito mezzo euro per ricostruirlo. Si è preferito erigere enormi casermoni in periferia, smazzando centinaia di milioni di euro a compiacenti imprenditori edili che in un momento di crisi del mercato si sono fregati le mani dalla felicità.

Ciononostante, e ovviamente queste poche righe non sono che la punta di un iceberg, il popolo italiano continua a dire che va tutto bene e che il governo sta facendo grandi cose.

E io emigro, per ora con il cervello e in futuro con il corpo intero, perché non voglio confondermi fra questa folla sordocieca.

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