Senza paura

Have no Fear - on Flickr

Passo dopo passo, cappuccio calato sulla testa come un paraocchi urbano per una bestia da soma fotografica quale sono, New York mi dona viste e riflessioni sulla vita.

Con la fotocamera a tracolla vedo un uomo di colore, di mezz’età, che si appoggia a un’inferriata lambita dal sole del pomeriggio. Il suo sguardo che punta a qualcosa di lontano, forse troppo lontano per poter essere visto, non può distogliere la mia attenzione da ciò che si trova alle sue spalle: lapidi conficcate nell’erbetta di un cimitero come pugnali nella carne viva, e una coppia di uomini che ammirata alza gli occhi alla chiesa, alla casa di Dio. La morte dietro, la luce davanti, in contrappasso a quella cosa che chiamiamo vita, quella cosa che non è che una corsa inarrestabile verso la fine. Lungo il cammino possiamo provare sollievo soltanto quando ci lasciamo carezzare dal Sole, dalla speranza di aver lasciato qualcosa di buono, di non aver calpestato troppi fiori e non aver ammazzato troppi sogni.

E poi giungere al giudizio universale, in cui forse non c’è alcun Dio a giudicare, e forse non ce n’è alcun bisogno. E’ sufficiente l’onesto giudizio di noi stessi per capire quanti errori abbiamo commesso e quanto male abbiamo fatto soffrire alle persone che ci sono state vicine. Infine la scelta suprema: perdonarsi per garantirsi la pace eterna, oppure scegliere la dannazione perché il perdono di se stessi non è praticabile. Qual’è l’atto di vigliaccheria più grande: perdonare le proprie colpe oppure continuare a infliggersi, ad ogni istante, come una tortura cinese, le sofferenze dei propri errori? Quale la via: restare ed affrontare, oppure fuggire e sperare che il tempo possa lavare il sangue come la pioggia lentamente sciacqua le strade impregnate di sudiciume?

Salire sul proprio Golgotha personale e aspettare che una lancia ci trapassi le costole, alzando gli occhi e perdonando noi stessi perché non sapevamo quel che facevamo.

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