La caduta del gigante?

Le due versioni della copertina del libro

Dopo aver divorato con avidità “I pilastri della terra” di Ken Follett, e aver apprezzato quasi in egual misura il relativo seguito “Mondo senza fine”, ero in attesa dell’uscita della nuova fatica di Ken Follett e dei suoi ghostwriters: “La caduta dei giganti”. L’ambizioso sottotitolo “The Century Trilogy” (La Trilogia del Secolo) faceva sperare in un’opera di qualità altissima, in linea con i migliori lavori dello scrittore britannico.

Devo ammettere, però, che già la seconda parte di “Mondo senza fine” mi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca. Al contrario della prima parte – quattrocento e più pagine avvincenti e stilisticamente molto valide e gradevoli – sembrava realizzata frettolosamente, quasi nel pieno di una battaglia contro le scadenze pressanti.

Mi aspettavo dunque un pronto riscatto con questo, guardacaso mallopposo, tomo.

L’ambientazione storica, sebbene per molti non affascinante come quella medievale, mi aveva ingolosito, e addentrandosi fra le prime pagine del libro è immediatamente chiaro l’enorme sforzo di documentazione fatto da Follett (e dai suoi aiutanti, evidentemente): la vita dell’epoca è descritta nei minimi dettagli, dai tecnicismi relativi ai mestieri all’organizzazione sociale. Dopo il promettente inizio e la presentazione di una pletora di personaggi di ogni rango sociale ci si attenderebbe il decollo definitivo della narrazione, che Follett sa rendere entusiasmante e serrata nei ritmi come ampiamente dimostrato in passato.

Al contrario, invece, mi sono trovato noiosamente perso fra salotti aristocratici e fatiscenti tuguri in un’Europa alla soglia della prima guerra mondiale. Non che io sia un fan dei romanzi d’azione, sia chiaro, ma tra dialoghi poco ispirati e narrazione stilisticamente non impeccabile, anzi piuttosto banale, non sono riuscito a lasciarmi entusiasmare dal libro, tanto da incontrare una notevole fatica a proseguire la lettura (e avevo letto “I pilastri della Terra” in una manciata di ore).

Per non dire della scarsa originalità del polpettone, nel quale troviamo tutti i componenti più triti dei romanzi d’appendice: l’ormai classica giovane donna emancipata, brillante e progressista ma destinata a un amore sfortunato; tristi aristocratici che cercano sollievo e sollazzo in relazioni extraconiugali con la servitù; giovani coraggiosi anticonformisti, e tanto altro.

Forse pretendo troppo da Follett, ma non riesco a considerare questo libro un pilastro della sua produzione letteraria. Un solido mattone, al più.

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