Day 8: Stoccarda, finalmente

Il castello di Stoccarda

Il secondo sabato tedesco (sì, il tempo vola) è stato teatro di un’improvvisata. Io e Aki avevamo già in mente di visitare Stoccarda, ma ieri sera non avevamo pianificato nulla per oggi. Stamattina alle otto, orario normalmente impensabile per me al sabato, ma qui i ritmi si sono sconvolti, abbiamo deciso di volare alla stazione dei treni per tenere fede al nostro proposito.

Avevamo soltanto mezz’ora prima che il treno partisse, il tempo di farsi una doccia flash e partire, lancia in resta, alla volta della Hauptbahnhof. Al momento dell’acquisto del biglietto, la simpatica convenienza dei treni tedeschi mi risultava quantomeno sospetta: 31 (trentuno) euro per 5 (cinque) persone, comprensivo di trasferimenti in treno in tutto il Land (in questo caso il Baden-Wuerttenberg) e anche coi mezzi pubblici cittadini, in questo caso quelli di Stoccarda.

Il ragionevole sospetto si tramuta in tremenda verità quando saliamo sul treno: sembra un treno merci carico di bestiame umano, con persone sedute anche sugli scalini e i corridoi pieni di gente in piedi. Fortunatamente per noi il viaggio dura “soltanto” un’oretta.

Premessa: da qualche anno a questa parte la città suddetta mi aveva incuriosito. Sei o sette anni fa, infatti, avevo ricevuto una chiamata per un lavoro a Stuttgart, ma avevo rifiutato. Mi era però rimasta in mente questa città, che avevo udito essere in buona posizione geografica, e piena di cultura e di vita, con i suoi 600.000 abitanti. Ora, perciò, abitando a soli 80 km di distanza, era d’obbligo soddisfare la curiosità.

Appena il sovraffollato treno esce dalla conca che ospita Ulm il sole torna a splendere in cielo, e dietro di noi è ben visibile la cappa di nebbia appiccicata alla città.

Giunti a destinazione alla  stazione ferroviaria di Stoccarda, usciamo e cominciamo a portarci verso il centro della città, non distante.

Il Carl Zeiss Planetarium

Il primo impatto con la città è “ok, è carina ma non è Ulm”. Castelli, chiese, viali alberati, mercatini di Natale in allestimento, musei ad accesso promozionalmente gratuito. Ci sono un sacco di cose meritevoli da fare e da vedere, ma manca quella sensazione di “bomboniera” che la piccola Ulm è riuscita a darmi. E ci sono anche tutte quelle cose, assai meno belle, che le città più grandi possiedono rispetto alle cuginette minori. Una su tutte, l’accattonaggio.
Al museo d’arte moderna segno, tra gli altri, il nome di Otto Dix, pittore dei primi del ‘900 che mi ha affascinato con il suo stile a tratti inquietante.

A metà mattinata mi sono sentito in dovere di rinfrancarmi lo stomaco con un bicchiere (un boccale, in realtà!) di Gluehwein (una sorta di Vin Brulè) e un panino con Rostbratwurst.

La squadra Robin Wood occupa un albero

Girando per la città assistiamo a un sit-in di protesta contro il nuovo piano di rivalutazione della città, che a fronte di un investimento di un paio di miliardini dovrebbe radere al suolo un paio di parchi cittadini, abbattendo inoltre gli alberi pluricentenari che li popolano.

Infine, poco prima di lasciare Stuttgart, decidiamo di dirigerci verso il Carl Zeiss Planetarium per lo spettacolo principale. La mia deviazione per i planetari ha reso questa tappa assolutamente obbligatoria, ma devo ammettere che il planetarium del museo di storia naturale di New York era molto, ma molto, più spettacolare. Questo è il fratellino più piccolo, in cui lo spettacolo puro lascia il posto a una piacevole divulgazione scientifica. D’altra parte, anche il prezzo del biglietto è il fratellino minore.

Sul treno del ritorno riusciamo a strappare due posti a sedere, e dopo una mezz’ora di viaggio rivediamo la familiare nebbia che avevamo lasciato al mattino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *