Italia: vizi e virtú

Oggi mi addentro in una modesta riflessione molesta in riferimento a questo articolo de Il Corriere.

Il tema centrale dell’articolo non é nulla di rivoluzionario, purtroppo, ma una semplice  conferma di quanto il salario medio italiano non sia cresciuto nell’ultima decade, ma anzi abbia perso di valore non riuscendo a tenere testa all’inflazione.

Un dato interessante, peró, é quello relativo agli stipendi nelle piccole e grandi aziende:

“L’Istat osserva che «i lavoratori dipendenti delle microimprese (meno di 10 addetti) percepiscono una retribuzione annua pro capite di 18,4 mila euro, il 65,6% di quella percepita in media dai dipendenti delle imprese con 250 addetti e oltre (28,1 mila euro). […] Le imprese con più di 250 dipendenti sono appena 3.502 su un totale di 4,3 milioni. Quelle con meno di 10 addetti 4,1 milioni. La dimensione media delle aziende italiane è di 3,9 addetti. Il valore aggiunto pro capite nelle microaziende è di 24 mila euro, in quelle con più di 250 dipendenti è invece di 60 mila euro. Eccolo il legame tra salari e produttività.”

La conclusione, basata su mere statistiche, é che chi lavora nelle grandi aziende non solo guadagna di piú, ma rende anche di piú.

In Italia é molto difficile far crescere un’azienda oltre una certa dimensione, a causa dei prelievi fiscali maggiori e dei minori sgravi. Come se non bastasse, a ció si aggiunhe un “maggior costo dei servizi pubblici e privati alle imprese: dai trasporti alla giustizia, dall’elettricità alla burocrazia”, nonché “un livello di istruzione della manodopera inferiore alla media dei Paesi Ocse e con una formazione spesso non in linea con le richieste delle imprese”.

Anche per questi motivi molti piccoli imprenditori non hanno nessuna intenzione di far crescere la propria azienda, ma la creano nella consapevolezza di farla nascere, vivere e morire con loro, spremendo i loro pochi dipendenti allo stremo, sperando di riuscire a raggiungere e poi mantenere la propria posizione benestante per un numero sufficiente di anni, infine traghettandosi in qualche modo verso la pensione.

Nel Belpaese, inoltre, manca anche una relazione fra retribuzione e produttivitá:

“[…]se i lavoratori, azienda per azienda, sanno che producendo di più guadagneranno di più, questo può innescare un comportamento virtuoso che farà crescere la produttività e quindi i salari». È un po’ quello che è successo in Germania e negli altri Paesi dove la contrattazione aziendale è sviluppata e c’è una maggiore partecipazione dei dipendenti ai risultati dell’impresa.”

Insomma, troppe volte l’azienda consegue risultati positivi dei quali il dipendente non beneficia.
Questione di mentalitá, di pigrizia, oppure anche i premi sono considerevolmente tassati?

Non sono io a possedere queste risposte, ma quello che so per certo é che ci sono troppe persone che intascano centinaia di migliaia di euro in modi piú o meno leciti, sfruttando dei dipendenti che, dopo anni di esperienza, percepiscono ancora un salario da apprendista (800-1000 euro al mese), possibilmente con contratti precari. Sono piccoli imprenditori che girano con auto di lusso e hanno un sedici metri attraccato in qualche darsena italiana, mentre la loro forza lavoro, che produce e tiene in piedi l’azienda, lotta ogni mese contro le bollette e gli affitti. Potrei raccontare storie capitate al sottoscritto e ad amici, colleghi e conoscenti, ma non vorrei vedermi recapitare a casa una querela per diffamazione. Perché chi toglie la dignitá agli altri é il primo a non possederne.

Per cercare sollievo, allora, non resta che guardare a chi sta peggio di noi: da quelli che dall’Africa si imbarcano sulle zattere della speranza, a quelli che in estremo oriente lavorano 14-16 ore al giorno per un piatto di minestra, o ancora, senza essere troppo estremisti, i nostri compagni greci che sono giá caduti.

Decisamente una magra consolazione in questo magro Natale italiano ma, del resto, certi aneddoti dalla nostra penisola ci fanno apparire come terzomondisti agli occhi del resto d’Europa.

Si puó discutere di Berlusconi, Monti, Prodi e dei sessant’anni di democrazia cristiana, e addossare alla banda di manigoldi scaldapoltrone che ci governa e al sistema tutte le colpe, ma se un imprenditore riscontra un miglioramento di fatturato rispetto all’anno precedente e non ridistribuisce parte dei profitti ai suoi dipendenti, non ha il diritto di lamentarsi.

Perché il sistema non funziona, questo é vero, ma troppo spesso ci si dimentica di farne parte.

2 risposte a “Italia: vizi e virtú”

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