Gente?

All this time

Guido sulla strada che da Neu-Ulm mi porta a Blaustein, in una fresca serata primaverile, e a ben pensarci mi sembra così strano cominciare a vedere intorno a me familiarità e a trovare punti di riferimento. I cartelli tradiscono una lingua che non è la mia, ma la sensazione è mese dopo mese più rassicurante. E perché? Perché i punti di riferimento più importanti si trovano nelle persone e non nei luoghi, ho scoperto. Passa il tempo e nuove conoscenze entrano nella vita dell’emigrante; persone che aiutano, che informano, persone con cui bere una birra o dieci birre, con cui passare una serata o cinque minuti, con cui dividere pensieri e trovare sintonie. Conoscenze che aprono spicchi di mondo e contribuiscono a creare quel sottobosco di relazioni sociali che è stato messo a dura prova dalla scelta di emigrare.

In fondo gran parte della vita è fatta di condivisione e rapporti sociali, aiuti reciproci e confronti, e questi sono beni che si possono trovare anche lontano dalla propria patria. Con difficoltà, ma è possibile.

E allora perché cambiare? Semplice: perché la dignità non si trova ovunque, e troppo spesso in Italia viene sottovalutata e svenduta.

Quel mondo è lontano sei mesi, però. Proprio così: sei mesi fa, giorno più o giorno meno, salivo sul volo solo andata per Monaco e da lì sul treno per Ulm.

Ulm, dove il Danubio regala stralci di quiete nel mezzo della città, che a dire il vero non è poi così caotica da richiedere un vero e proprio rifugio, ma lo scorrere dell’acqua limacciosa e puzzolente definisce i confini di un mondo alternativo.

Una birra in compagnia sulle rive del fiume, e da quel poco tedesco che mastico qualche locale si azzarda a dire che il mio accento è già svevo. Deve suonare quasi ridicolo alle loro orecchie, come se un tedesco venisse da noi in Friuli a scimmiottare la cantilenante parlata friulana, fatta di alti e bassi e ogni tanto squittii. Suppongo che sia inevitabile, però. Forse mi darà un’identità, chissà.

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