“Credere, obbedire, combattere”, oppure riflessioni pendolari mattutine

Ho scoperto la grandiosa utilità degli auricolari in-ear, quelli che si ficcano nel canale uditivo e che, fino a qualche tempo fa, odiavo con tutto me stesso. L’idea di infilarmi un imbuto di plastica e gomma nell’orecchio non mi sembrava particolarmente appagante ma, dopo qualche settimana di utilizzo giornaliero di auricolari per così dire “normali”, ho trovato che il rumore ambientale di bus, treno e metropolitana era troppo elevato. La scelta era quindi fra alzare il volume, soluzione pericolosa per la salute del mio udito, oppure cambiare auricolari scegliendone un paio che mi isolassero in modo migliore dal resto del mondo. Eccomi quindi pervenuto alla soddisfacente scelta degli auricolari succitati.

Fine della parentesi auditivo-cuffiesca, inizio degli sproloqui.

La cosa che più mi spaventa – ma dovrebbe poi spaventarmi? – è che mi sento, negli ultimi giorni, in modalità bulldozer. Attingo energia da fonti sconosciute, mi cibo di adrenalina ed emozioni ma mantengo il fuoco ben puntato sui miei obiettivi e sulle mie volontà.

Sono in modalità “Credere, obbedire, combattere”.

Sia chiaro: non c’è alcunché di fascista nella mia intenzione di riportare questa frase.

Eppure nella vita bisogna credere. Per cominciare bisogna credere in un principio di filosofia di vita che si possa abbracciare. Insomma un elemento primo, un germoglio a partire dal quale possiamo definire la concezione stessa della nostra esistenza. Bisogna credere nella propria storia d’amore, qualora se ne viva una, perché anche la nostra relazione più stretta richiede costanti cure e attenzioni se vogliamo evitare che avvizzisca e infine muoia. Dovrebbe essere spontaneo, dicono i più romantici, ma arrivano diversi momenti in cui, a causa di fisiologiche incomprensioni e sfavorevoli circostanze, ogni abbraccio sembra una catena e ciò che fino a poco prima ci pareva scontato e bianco brillante tende a sfumarsi in svariate tonalità di grigio.
Detto questo, bisogna credere nel proprio Dio più importante e con questo intendo nient’altro che se stessi. Potete anche credere in un altro Dio e provare a cercarlo in cielo o in Terra, in paradiso o su un altro piano esistenziale, ma non risponderà. L’unica risposta che otterrete sarà da voi stessi, da quello che siete e soprattutto da ciò che volete. Anche in questo caso non è facile mantenere alta la fiducia in se stessi senza eccedere iperbolizzandola in arroganza, oppure all’esatto opposto dimenticarsi di quanto si vale e soprattutto di quanto si vuole valere. Esistono fin troppe persone a questo mondo per poter vincere il paragone con tutte: chi più intelligente, chi più bello, chi più simpatico, chi più ricco chi più spigliato e in generale non è difficile trovare “chi più” e “chi meno”. Più difficile riuscire a crearsi un profilo di appartenenza basato su queste spannologiche statistiche, dove per profilo di appartenenza intendo una posizione relativizzata della propria individualità fra i propri simili, senza peraltro incappare nell’eccesso di vivere e soffrire di costanti paragoni, che con altrettanta costanza verranno in gran parte persi in quanto viziati da uno spesso fondo di autocritica. Svegliatevi al mattino e andate a dormire alla sera pregando voi stessi di avere la forza per non dimenticarvi chi siete e cosa volete dalla vostra vita e, se siete davvero fortunati e abili, di capire o ricordare perché lo volete.

Poi andate a dormire o al lavoro e obbedite a ciò che siete, talvolta anche scendendo a compromessi come è normale fare, senza tuttavia inquinare i vostri valori più alti e puri.
Infine combattete la guerra e ogni battaglia, perché non esisterà momento della vita in cui non sarete messi alla prova. Che sia per volere di una capricciosa entità superiore è poco importante; in certi casi la causa è poco importante. Inutile cercare una causa per gli eventi sui quali nessuna persona ha controllo; trovarla per tutti gli accadimenti che scaturiscono da un comportamento umano, invece, aiuta ad incasellare – non intendo “etichettare” nel senso automatico, robotico e puramente statistico del termine – e comprendere.

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