Uno.

Leaves

Fuori è ancora buio ed esco dalla doccia con quella piacevole e consueta sensazione di rassicurante tepore sulla pelle. Quella che
fa desiderare di non uscire mai dall’accappatoio o, se proprio si deve, di farlo soltanto per tornare sotto al piumone.
Tuttavia anche oggi devo caricarmi le gambe in spalla in direzione Hauptbahnhof. La stazione centrale mi attende, per caricarmi
anche oggi sul carro bestiame del lunedì insieme a mille altri deportati.
Mentre mi rado penso che esattamente un anno fa mi svegliavo per la prima volta in Germania, in una casa che non era mia.
Ieri infatti era l’anniversario della mia partenza dall’Italia, o che dir si voglia del mio arrivo qui.
Un anno è già passato.
Mi verrebbe voglia di tirare le somme e forse in modo subcosciente lo faccio. Rileggo le pagine che ho scritto su questo blog:
alcune ingenuamente entusiastiche, altre malinconiche ma di sicuro tutte sincere e genuine. L’unica colpa che potrei addurre loro è
l’eccessiva edulcorazione di alcuni passaggi: molte volte, quasi sempre, misurai le parole per timore di mettere in campo una
patetica iperemotività, ma forse avrei dovuto lasciare fluire sul foglio virtuale le emozioni del momento, che si presentavano in
picchi e abissi più che in dolci colline.
Tutto ciò si lega al fatto che quest’autunno è, verosimilmente, l’ultimo che passerò a Blaustein e, si spera, l’ultimo in cui dovrò
continuare a pendolare caparbiamente giorno dopo giorno.
Nelle somme calcolate poc’anzi potrei inserire un sacco di variabili e risultanti, per cercare un significato e un peso alla mia
vita finora e alle mie scelte. Della scelleratezza di molte di esse si potrebbe ragionare a lungo, ma il passato è un luogo in cui
sono già stato fin troppe volte. Vengo proprio da là, tutto sommato.
So che sto facendo quello che ho sempre voluto fare e che ora capisco davvero perché l’avevo voluto fare.
L’emigrato di lusso, quello che non è mosso dalla disperazione di una madrepatria che offre solo un misero tirare a campare (anche
se ultimamente mi sembra che non ce la si passi bene nel vecchio stivale), quando supera le difficoltà di rilocamento del proprio
essere scopre dei mondi diversi i quali, se affrontati con uno spirito mediamente avventuroso e senza abbassare la guardia,
diventano delle cartine tornasole del proprio essere e contemporaneamente molto più di spioncini su culture differenti da quella
d’origine.
Rimettersi in gioco richiede una revisitazione del proprio io, un processo di autoanalisi che si genera automaticamente nel momento
in cui ci si trova immersi nel confronto con altre realtà così dissimili da quella in cui si è abituati a vivere da molti anni.
La ricerca delle differenze fra sè stessi e gli altri è uno dei fondamenti di questo processo che, sia chiaro, non risulta sempre
piacevole. Ci sono giorni in cui lo specchio mostra dei difetti che il giorno prima non si erano notati.
In aggiunta a questo conoscere sè stessi, altre società e altri stili di vita porta ad abbattere con costanza pregiudizi e luoghi
comuni, gli stessi di cui si può facilmente essere vittime in terra straniera. Ma è lunedì mattina e mi godo, con la complicità
dell’ora solare, le brumose campagne ondulate in cui corre la ferrovia.

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