Il consiglio del ventriglio

La locandina del film in 3D
La locandina del film in 3D

Da qualche tempo non scrivo opinioni – chiamarle recensioni sarebbe ingiurioso e fuorviante – su libri o film. Nell’ultimo periodo mi sto tuttavia dedicando a una riscoperta di cose che avevo letto o guardato anni fa, e che ora mi sento di affrontare nuovamente con una sensibilità diversa. Non voglio però scrivere in questa sede della ciclicità e dell’evoluzione nella fruizione delle forme di comunicazione: va però da sé che, con il passare degli anni, cambiano le chiavi di lettura, spesso radicalmente.

Questa volta è il turno de “Il regno di Ga’hoole – La leggenda dei guardiani“, film che condensa in poco più di un’ora e mezza i primi tre volumi di una serie di libri scritta dalla statunitense Kathrin Lasky.

Si tratta di un film per tutte le età ma, come spesso accade, i diversi piani di lettura lo rendono apprezzabile anche e soprattutto da un pubblico adulto.

La trama, a grandi linee, parla di un barbagianni di nome Soren, affascinato dalle storie che suo padre gli racconta sui gufi guardiani di Ga’hoole, mitici guerrieri che hanno combattuto i malvagi Puri. Lo scontroso fratello di Soren, Kludd, ritenendo tali storie una pura invenzione e sentendosi in difetto rispetto al candido fratello sognatore, lo sfida a una gara di volo che fa finire i due pennuti al suolo, dove vengono rapiti proprio dai Puri. Da qui le storie dei fratelli  si intricano e si diversificano, e altro non dico per non guastare ulteriormente la visione.

Parlando del romantico barbagianni e del suo invidioso fratello potremmo andare con la mente ai richiami di Guerre Stellari sul lato oscuro della forza, sulla paura e sulla rabbia, nonché a molta altra letteratura popolare, ma c’è un particolare che rende il film e i libri interessanti, a mio avviso: il ventriglio. Non è certo di zoologia che vorrei parlare in questo post, ma di ciò che i vecchi gufi saggi raccomandano ai giovani: ascoltare il consiglio del ventriglio. Tendere orecchio al proprio cuore, insomma. Un po’ come ha scritto il controverso e discusso Coelho: “ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose, perché è originato dall’Anima del Mondo, e un giorno vi farà ritorno.”. Parole altisonanti che nascondono un certo livello di verità.

Soren deve insomma imparare, secondo il suo “maestro” gufo, ad abbandonare il pensiero razionale e agire secondo il proprio sentire. E, dato che ciò lo porterà a momenti di instabilità e di difficoltà, non tirarsi indietro in quei momenti bensì proseguire senza dare ascolto ai timori suggeriti dal raziocinio.

Coraggio, e restare sulla strada intrapresa.

Ora, qui non si sta dicendo di mettere completamente a riposo la materia grigia, ma quante volte le azioni dell’uomo sono bloccate dai timori? Da quella paura che spesso non può neppure essere nominata, perché il solo suono del suo nome spaventa molte persone, che ne rifiutano l’esistenza in se stesse e nei propri simili?
Ne ho avuto recentemente riscontro, quando nominandola in un paio di conversazioni ho visto l’interlocutore riparare in una improvvisa riformulazione dei propri pensieri, nascondendo il concetto stesso dietro ardite perifrasi, pur di evitare di affrontarlo.
La paura è un meccanismo di difesa, in origine, ma oggigiorno è un sentimento originato soprattutto dalla stratificazione di pensieri inquinati da un mancato ascolto e analisi di sé stessi.

Pensieri, appunto, che sono altro rispetto al sentire. Tante volte il sentire ci dà la soluzione ai nostri ostacoli, ma lo ignoriamo in virtù del razionale, che di virtuoso molto spesso ha ben poco, e infatti riteniamo spesso uno sciagurato chi ignora i propri timori. Non che si debbano ignorare i segnali ambientali o che non si debba tenere in conto il rischio, naturalmente, ma spesso questi fattori vengono sopravvalutati e le difficoltà vengono viste come ostacoli insormontabili in ogni ambito, anche affettivo.

Un problema subdolo sopraggiunge infine nel momento in cui, una volta intrapresa la strada del cuore, lasciamo che le paure tornino a noi ributtandoci indietro di anni luce, nel porto sicuro delle fallaci certezze a cui eravamo abituati.

 

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