Il sorriso delle mucche libere!

Il seguente video ha fatto un po’ il giro di Internet, fortunatamente.

Essendo in tedesco non sarà comprensibile a molti, ma in poche parole la storia è questa: una coppia di allevatori tedeschi, nella zona di Colonia, ha tenuto venticinque mucche a produrre latte, ovviamente in cattività, per due anni. Passati i due anni, le mucche dovevano essere “smaltite” al mattatoio, ma gli allevatori non se la sono sentita di portare ad ammazzare le bestie che, dopo tutto quel tempo, erano diventate amiche di ogni giorno.
Ecco che i signori hanno preso una decisione controcorrente: hanno liberato le mucche al pascolo, restituendo loro la possibilità di camminare su un prato verde, di respirare aria fresca e di correre libere. La reazione degli animali è stata a dir poco commovente. I grossi bovini saltavano di felicità, annusavano l’erba, correvano e giocavano.
Non riesco a immaginare cosa voglia dire rivedere la luce della libertà dopo due anni passati al chiuso di quattro mura di cemento, alla luce del neon, con una mungitrice a piagare le mammelle.
Forse i vegetariani e i vegani non hanno poi così torto, no?

 

Arrivederci, piccola guerriera. Grazie Doc.

Remember me as a time of day
Remember me as a time of day

Colonna sonora di questo post, che ho anche scelto come titolo della consueta foto a corredo: Remember me as a time of day – Explosions in the Sky .

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Il Doc è uno di noi.
Anzi: a dirla tutta, se non fosse per lui non esisterebbe un “noi”.
Chi siamo noi?
Un paio d’anni fa, a seguito di qualche scambio di battute su un forum di discussione su Internet, il Doc ebbe l’idea di creare un gruppo su Whatsapp, invitando prima uno, poi due, poi tre, poi quattro, cinque e infine sei persone: Fla da Torino, io che al tempo stavo in Germania, Ale che scriveva dal profondo sud, il pratese Toby e il padovano Deka, e ultimo ma non ultimo Grim da Ivrea. Oltre, ovviamente, al Doc, che chiamai così quando si ritrovò invischiato in una futile discussione sul forum in cui dovette dimostrare di possedere una laurea. Il possesso del titolo di studio, unito alla sua “erre” aristocraticamente moscia e alla sua pacatezza d’espressione, che risaltava ancor più in presenza delle nostre colorite imprecazioni, mi diedero lo spunto per affibbiargli il nomignolo “Doc”. E da lì cominciammo a chiamarlo così, alternando questo nickname al nome di battesimo.
Sembrava di stare virtualmente in un pub di cazzari e infatti “Il pub dei cazzari” divenne il nome del gruppo, e dalle scemenze che ci scrivevamo via cellulare si passò presto a sentirsi a voce, su Skype, mentre si giocava online a qualche videogioco.
Presto il videogioco divenne soltanto un pretesto per passare qualche ora insieme, a diverse ore, a chiacchierare del più e del meno oppure, a volte, anche di qualcosa di più. Io ero in Germania, fondamentalmente solo in molte sere e molti weekend, e poter chiacchierare nella mia lingua con persone dotate di spessore non era cosa facile. Si stabilì così, fra un whisky e una sigaretta a notte fonda, un legame che trascendeva le vie del gaming, e che si snodava quindi su percorsi più umani e più ancorati a una realtà che fino a quel momento era stata virtuale. In fondo eravamo e siamo delle persone, sette personalità così diverse fra loro eppure così vicine, nonostante fossimo lontane centinaia o migliaia di chilometri. Smettemmo gradualmente di chiamarci a vicenda tramite i nickname che usavamo nei videogiochi, e cominciammo ad usare i nostri nomi di battesimo.
Piccoli spaccati di vita quotidiana emergevano qua e là attraverso le linee Internet: Fla che mentre giocava con noi parlava al telefono con la sua ragazza, il Doc che metteva in pausa il gioco per mettere a letto la figlioletta di quasi due anni. Ci scambiavamo le foto delle nostre vite, ci tenevamo aggiornati senza esserci mai visti di persona.

Poi, un anno e mezzo fa, la notizia che nessuno di noi avrebbe voluto mai udire: la figlia del Doc non stava bene, era malata.
La diagnosi definitiva ci lasciò sgomenti: era leucemia.
Non aveva ancora due anni, la piccolina.
Da lì cominciò un lungo viaggio all’inferno per la bimba, il Doc e sua moglie. Oltre un anno di lotte continue, di alti e bassi, di speranze e di sofferenze.
Noi ne eravamo testimoni remoti, e se si poteva si era lì, la sera, nei rari momenti in cui il Doc poteva collegarsi con noi, fra il suo lavoro e le permanenze negli ospedali e cliniche dalle quali sua figlia entrava e usciva. Trascorrevamo insieme alcuni dei suoi pochi momenti di svago, quelli in cui poteva cercare di staccare la testa dai terribili problemi che gli avevano sconvolto la vita, pur restando fra le quattro mura di casa per ogni evenienza.
Seguimmo da vicino e da lontano le mille vicissitudini degli ultimi tredici mesi, grazie anche ai bollettini che puntualmente il Doc ci spediva via email. A noi e a una ristretta cerchia di amici. Qualcuno avrebbe pensato che fossimo solo una banda di pixel per lui, ma il fatto che fossimo fra i destinatari di quelle email dimostrava che forse non era esattamente così.
Dopo un breve periodo di relativa calma, durante il quale sembrò che la piccola – la quale grazie alla sua coraggiosa combattività nei confronti del proprio male divenne la nostra piccola guerriera – fosse avviata a un miglioramento, la situazione precipitò e si dovette tentare il tutto per tutto, cosa che implicava necessariamente un trapianto di midollo.
Il trapianto ebbe luogo, ma l’illusione e la speranza ebbero vita breve: nel giro di tre giorni le complicazioni ebbero il sopravvento e la piccola guerriera ci lasciò, respirando per l’ultima volta fra le braccia della moglie del Doc.
La notizia fu sconvolgente. Versammo lacrime per una bimba che non avevamo mai avuto la fortuna di conoscere se non in foto. Piangemmo insieme a un padre del quale, da un punto di vista canonico e pratico, conoscevamo soltanto la voce.
Da un giro di email fra noi, dal quale era ovviamente escluso il Doc, prendemmo l’unica decisione che vedevamo possibile: andare al funerale della bimba. Per raggiungere la città ove abita il Doc qualcuno doveva percorrere trecento chilometri, qualcuno cinquecento, altri (io) più di settecento. Ma non importava. Sentivamo, nel profondo di noi stessi, che non c’era altra scelta. Non l’avevamo mai visto in faccia se non in foto di sfuggita, ma era uno di noi e volevamo stargli vicino in un momento che non può essere descritto da aggettivi adeguati.
“Ehi Doc, noi ci siamo e ci saremo, anche da lontano.” Questo volevamo dirgli, tanto più dopo che il Doc ci inviò un’email, il giorno successivo all’ultimo respiro della piccina, in cui ci ringraziava per essere stati con lui durante quei lunghi mesi.
Avremmo dovuto tuttavia essere noi a ringraziare lui, per quello che aveva creato e per essere stato il collante dei cazzari.

Partii così senza alcun dubbio alla volta della Svizzera, alle cinque e mezza di un venerdì mattina. La prima tappa del viaggio fu a Padova, per raccogliere Deka.
Da Padova a Ivrea ebbi tempo di discorrere per qualche ore con l’amico patavino, appassionato di filosofia, teologia e psicologia. Fu una bellissima sorpresa poter approfondire di persona dei discorsi che, per motivi di tempo, erano stati solo accennati durante le nostre sessioni online.
A Ivrea incontrammo Grim e Fla, che era l’unico che avessi già incontrato di persona. Da Ivrea a Losanna il clima in auto era spensierato. Forzatamente spensierato, pensammo. Stavamo cercando di esorcizzare il motivo che ci aveva portati ad affrontare  quel lungo viaggio, perché sapevamo che nel giro di qualche ora le circostanze e gli umori sarebbero completamente mutati.
Arrivammo a Losanna, sul lago, nel primo pomeriggio di una splendida giornata di sole, soffocata in lontananza da un lieve strato di foschia. Trovare la chiesa grazie al GPS non fu difficile. Era una piccola chiesetta sulla cima di una collina verde, un luogo che in altre occasioni sarebbe sembrato idilliaco. Un luogo ideale per celebrare nuove vite e nuovi amori, ma quel giorno eravamo lì per salutare una vita troppo giovane per essere interrotta.
Scesi dall’auto, cominciammo a salire verso la chiesetta camminando lungo il vialetto in mezzo al prato.
Più ci avvicinavamo alla nostra meta, più ci sentivamo pervasi da una sensazione opprimente di tristezza. Ci passò ogni voglia di scherzare e di ridere. Le parole vennero sostituite dal silenzio.
Salutammo rapidamente il Doc, del quale intuii l’identità dal numero di persone che gli stavano facendo le condoglianze in francese, tedesco e italiano, e ci mettemmo di fronte alla porta ad attendere l’inizio della funzione.

Fu lì che notammo un particolare che, pesante come un macigno, si schiantò violentemente su di noi e su quella pochissima serenità che poteva esserci rimasta.
Una piccola croce di legno era appoggiata al muro sulla destra della porta.
Sopra la croce erano dipinti il nome della piccola e gli anni di nascita e di morte: 2010-2013.
Non ce la facemmo.
Quei due numeri così insensatamente ravvicinati fra loro stridevano con il concetto stesso di vita.
Inforcai gli occhiali da sole per coprire la mia umida disperazione.
Il resto fu poetico e straziante.
Una piccola urna di legno, sulla quale erano attaccati degli adesivi di farfalle e barbapapà, circondata da un cuore di lumini accesi.
Una radio che faceva risuonare le canzoncine preferite della bimba fra una preghiera e l’altra.
Un volo di palloncini gialli.
Gli occhi sorpresi della moglie del Doc quando ci vide e capì che non siamo solo “gli amici virtuali” di suo marito, presenze intangibili ed effimere.
Mille dettagli che ricorderemo per sempre.
E la conferma di quello che siamo e quello che resteremo.
Noi.
Grazie, Doc.
Arrivederci, piccola guerriera.

Stabilmente verso le stelle

Fat Jesus
Fat Jesus

Da lungo tempo non scrivo di astronomia su questo blog, ma oggi mi concedo un’eccezione per festeggiare un nuovo arrivo in famiglia.

Il mio tubone – un Newton Skywatcher Black Diamond da 200mm di apertura e 1m di focale – ha finalmente trovato una solida base su cui poggiare: una fiammante montatura NEQ6 Pro Synscan. Dopo anni di tribolate e traballanti osservazioni su una evidentemente sottodimensionata EQ5, che mal digeriva gli otto chili del tubone più il peso degli altri accessori per un totale di una dozzina di kg, mi sono deciso, budget permettendo, a concedermi la più importante miglioria all’equipaggiamento di un astrofilo.

Ha poco senso, infatti, possedere un tubo ottico di apertura decente (venti centimetri non sono pochi, mi dicono, ahem…) e dimensioni generose se poi ogni operazione, dalla messa a fuoco a qualsiasi scarto in declinazione e ascensione retta, è un parto doloroso a causa delle infinite vibrazioni.

Gli ingranaggi della EQ5 faticavano e scricchiolavano sotto il peso di Fat Jesus. Aprendo un inciso, anche gli astrofili sono soliti assegnare dei nickname ai propri gingilli; nel mio caso scelsi “Fat” per le non trascurabili dimensioni e “Jesus” perché il diametro doppio rispetto al mio precedente strumento mi permetteva di raccogliere molta più luce nell’oculare, portando quindi poeticamente luce nella mia vita di osservatore dei cieli. Chiudo l’inciso e torno all’entusiasmo adolescenziale del mio nuovo giocattolino, che appena estratto dalla scatola mi ha strappato un sorriso compiaciuto per la massa e le misure cospicue.

Montato il tutto e capito come avrebbe dovuto funzionare, mi mancava un piccolo particolare per avviare il congegno. La NEQ6 Pro è una montatura computerizzata e motorizzata, perciò richiede un’alimentazione esterna per poter funzionare, anche se in caso di necessità è utilizzabile anche manualmente, esattamente come facevo con la vecchia EQ5, che di computer e motori non aveva mai neppure sentito parlare. La cosa ilare è che nella confezione è incluso un cavetto per l’alimentazione dall’accendisigari dell’auto, ma chi si sognerebbe di rischiare di restare a piedi lasciando che il telescopio ciucci la batteria della propria vettura, per di più lottando con la scomodità di un corto cavetto che entra dalla portiera? Problema risolto con una batteria al piombo da 18Ah, una presa accendisigari femmina, due morsetti e un piccolo stagnatore cinese.

Risolta la parta relativa all’elettricità, ho potuto infine accendere la montatura e inserire i dati relativi a coordinate geografiche, data e ora, fuso orario, e tutto quanto richiesto dalla procedura di setup. E piazzarci sopra Fat Jesus, che scalpitava.

Infine, posare l’occhio all’oculare dopo una procedura di stazionamento quanto mai approssimativa e apprezzare l’assoluta stabilità della nuova accoppiata. Ora posso anche ticchettare sul tubo ottico e la NEQ6 non produce alcun tipo di fastidiosa vibrazione, i motori gestiscono il tutto in scioltezza e sicurezza e le osservazioni ci guadagnano incredibilmente. Inoltre, visto che finalmente possiedo un supporto sovradimensionato e non sottodimensionato, posso mettere in atto altre soluzioni che da tempo volevo provare. Prima fra tutte, semplicemente avvitare la ball-head del mio treppiede fotografico sul dorso del telescopio, impostare un’esposizione lunga e lasciare che l’inseguimento della NEQ6 faccia il suo mestiere. Sì, perché una delle funzionalità più interessanti di una montatura simile è proprio l’inseguimento del moto apparente della volta celeste, che ruota intorno alla stella polare. Non solo non dovrò più inseguire gli oggetti in giro per il cielo, che si spostano più velocemente di quanto si creda (a medi ingrandimenti un pianeta o una stella restano solo per pochi secondi in oculare), ma potrò provare a scattare qualche foto unendo due delle mie passioni, l’astronomia e la fotografia. In base a quanto appena detto, è piuttosto chiaro intuire che fotografare il cielo senza un inseguimento celeste trasforma le stelle in scie biancastre a causa del loro movimento apparente.

Ora attendo che questo cielo di metà settembre si apra ancora un po’ per poter uscire in montagna e dare il battesimo del fuoco alla NEQ6 e al rinnovato entusiasmo di FJ.

 

Contromigrazione

The end of the old day
The end of the old day

C’è chi dice che sono pazzo.
C’è chi mi chiede se sono innamorato (il che coincide grossomodo con la prima domanda).
C’è chi mi guarda con sospetto, e sono quelli che hanno fatto esattamente ciò che sto facendo io.
Alcuni sospirano con un pizzico di invidia, perché per loro quel che sto per fare è un miraggio lontano.

Ci sono anche molti che sono felici per me. Molti che sono felici di rivedermi, così come io sono felicissimo di rivedere loro. Sono tanti, e quando li conto e mi accorgo di quante siano le persone a cui voglio bene, penso che sono fortunato.

Come si sarà ben capito: sì, dopo due annetti oltralpe ho deciso di tornare dalla “florida” Germania alla “agonizzante” Italia. Anche se si parla di agibilità di governo e i politici si trincerano a difesa di un pregiudicato.

In origine volevo scrivere fiumi su questo tema, ma forse non ha molto senso.

Posso dire, però, che ho vissuto due anni a stretto contatto con una società così diversa da quella italiana, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e lo stile di vita. Ne ho apprezzato le differenze nel bene e nel male, e chi dice che si vive meglio qui o si vive meglio qua, ragionando per assoluti, mente a sé stesso oppure dimentica un importante clausola: “secondo me”.

Andarsene dalla propria patria e continuare a gettarvi sopra veleno e lettame è l’atteggiamento di un ex-fidanzato che non si rassegna ad essere stato lasciato dalla sua ex. Io credo che quando si prende la decisione irrevocabile di andare avanti bisogna prima o poi arrivare al punto in cui ce ne si fa una ragione e si guarda al passato con un sorriso, non con astio.

Certo, la faccio facile io. In fondo vengo dal profondo Nordest, una strana enclave incastonata fra Austria e Slovenia. Abbiamo meno sole e più pioggia rispetto a molti nostri fratelli d’Italia, ma non si sta poi così male.
Non abbiamo lavatrici e materassi in mezzo alla strada, nessun baracchino che vende sigarette di contrabbando.
Anche perché per comprare le sigarette a basso prezzo ci è sufficiente percorrere una trentina di chilometri e varcare il confine Sloveno…

Eviterò pertanto di fare una lista di ciò che è bene e ciò che è male per me, cosa che somiglierebbe a un confronto all’americana fra Italia e Germania.
Posso tuttavia constatare come, dopo due anni, mi sono accorto che, a ben guardare, tutto il mondo è paese, e i comportamenti degli uomini sono più simili di quanto si creda. La natura umana cambia poco: cambiano invece, principalmente, le mentalità che derivano dal controllo che lo Stato esercita sul popolo.

Ci sono però dei motori che smuovono il mondo e il cuore è il più potente fra essi.

Qualcuno mi ha detto: “Ma come? Dopo che hai mosso mari e monti per andartene, torni?”
Gli ho risposto: “Se non smuovi mari e monti, non puoi produrre cambiamenti. Come l’ho fatto due anni fa, così lo faccio ora nel percorso inverso.”

Forse sono chiassoso, forse mi muovo senza troppe cautele, forse “la linea retta è per chi ha fretta” come dicevano i CSI, ma per ora non conosco altri modi che profondere le mie energie nella realizzazione dei miei sogni.

E mi concedo il diritto di cambiare idea e creare nuovi sogni, non prima di avere tastato con mano.

Oltre che con la mano ho potuto saggiare anche con la testa, visto l’altezza degli stipiti delle porte in tutte le case tedesche nelle quali ho abitato è di 1.95m. Ho dovuto imparare a chinarmi come alle forche caudine per evitare frequenti decapitazioni.

P.S. Come avevo fatto per la mia emigrazione ho preparato un ricordo per la mia contromigrazione, senza farmi mancare quel po’ di pseudoromantica retorica. La mia mamma la definisce addirittura “melensa”, ma poi si tradisce dichiarando che esistono “occhi come laghi ghiacciati di Finlandia e capelli color del grano d’una sera d’estate”. Insomma, da qualcuno avrò ben preso, o no?

http://www.youtube.com/watch?v=ify3d3I8LFY

Berlino

La porta di Brandeburgo a Berlino
La porta di Brandeburgo

L’occasione di partire per la capitale federale tedesca é arrivata grazie all’invito al matrimonio di amici ulmesi, ex-colleghi di Nokia. Lei di Civitavecchia, lui di Mestre, hanno deciso di presentarsi all’altare nella cittá che li ha adottati un annetto fa, dando vita a un vivace quanto estemporaneo ricevimento, nel quale due delle mille anime culturali italiane, cosí diverse e affascinanti, si incontravano a mille chilometri dai confini dello stivale.

Della cittá in sé non sapevo bene che aspettarmi: tutti me l’avevano descritta come un posto del quale sarebbe stato impossibile non innamorarsi.

Centro sociale Tacheles
Centro sociale Tacheles

Architettonicamente parlando, sulle prime Berlino mi é parsa un po’ senz’anima. Ci mancherebbe, dato che é stata distrutta completamente nella seconda guerra, é stata poi divisa e infine ha sofferto la caduta del muro. Ecco che Alexanderplatz sembra una piazza di Lignano City, o l’interno di un casinó di Las vegas nella migliore delle ipotesi, con un’accozzaglia di edifici diversi posti, a diverse distanze, a incorniciare un ampio spazio aperto.

Qua e lá sopravvive qualche edificio un po’ piú vecchio, ma in generale é assai difficile trovare qualche muro risalente a prima del secondo conflitto mondiale. Anche i pochi edifici piú antichi sono stati in gran parte restaurati o ricostruiti, come ad esempio l’imponente duomo, che troneggia maestoso sulla Sprea. Manca pertanto un vero centro storico che vada a braccetto con la porta di Brandeburgo e gli altri notevoli landmark.

Il Duomo sulla Sprea
Il Duomo sulla Sprea

C’é da dire che l’area urbana é sterminata: novecento chilometri quadrati che includono zone che una volta erano paesi, e col tempo sono stati inglobati dalla capitale assumendo lo status di quartieri. Girarla a piedi in cinque giorni é stata una fatica immane, con decine di chilometri macinati e la sofferenza di giunture, scarpe e fiato, complice un clima tutt’altro che continentale, con temperature massime al di sopra dei trentacinque gradi. Ciononostante, ritengo che fosse il modo migliore per scoprire e vivere al meglio ció che la cittá ha da offrire.

Che cosa rende, dunque, questa cittá cosí intrigante per molti? É sufficiente girare a piedi, arrivando all’affascinante quartiere Nikolai (Nikolaiviertel), uno dei piú antichi della cittá, fatto di zone pedonali, strade in ciottolato, graziose corti che ospitano Biergarten ed edifici sicuramente piú folkloristici che nel resto della cittá.

La stazione centrale al tramonto
La stazione centrale al tramonto

Poi, fermarsi per un salutare brunch a base di verdure, cereali e formaggi in uno dei molti art-Café della cittá, oppure dare un’occhiata ai molti negozi e molte gallerie d’arte, teatri, musei che la affollano. O, ancora, passeggiare lungo la Sprea, fermandosi davanti al Bundestag (il parlamento federale) per assistere a documentari proiettati sul muro dell’edificio, poi incontrando locali notturni affollati da giovani che, seduti su sdraio da spiaggia in riva al fiume, talvolta su spiaggette artificiali, sorseggiano cocktail divertendosi. C’é anche chi decide di salire su uno dei numerosi traghetti, alcuni dei quali sono riadattati a ristoranti galleggianti, mentre altri sono quasi delle discoteche semoventi, sul cui tetto si beve e si balla.

Il Bundestag
Il Bundestag

Questi sono alcuni degli aspetti di Berlino, cittá progressista in cui l’ateismo la fa da padrone: il 60% degli abitanti dichiara di non appartenere ad alcuna religione. Per chi non lo sapesse, infatti, al momento della registrazione in Germania bisogna dichiarare quale fede si professa, e in base a ció pagare le tasse per la relativa chiesa. Alla faccia di chi si lamenta dell’otto per mille. Venendo dalla cattolicissima e conservatrice Monaco, centro tecnologico della federazione tedesca, fatto di grandi aziende, frenetici e indefessi lavoratori, ordine, benessere diffuso, la differenza appare ancora piú netta. Berlino é invece costellata di start-up, piccole aziende neonate soprattutto creative, laboratori artistici, mendicanti. É un crocevia di popoli e meta preferita dagli immigranti dall’Est Europa e principalmente dalla vicina Polonia; é quindi frizzante culturalmente e attivissima artisticamente. Nella capitale é piú facile ascoltare dialoghi in inglese che in tedesco e soprattutto riuscire a scambiare quattro chiacchiere con i locali,  laddove a Monaco é ben piú difficile muoversi agevolmente senza la conoscenza almeno basica della lingua locale, e anche in tal caso si fanno i conti con  la maggiore diffidenza dei bavaresi.

Per uno studente o per un artista probabilmente non c’é paragone fra le due realtá. Chi invece ha un lavoro qualificato come ingegnere o manager, soprattutto nel settore tecnologico, ed é disposto a pagare un costo della vita nettamente piú elevato, trova pane per i propri denti nel sud-est.

N.B. Le foto in questa pagina sono state scattate ed elaborate dal sottoscritto.

Il consiglio del ventriglio

La locandina del film in 3D
La locandina del film in 3D

Da qualche tempo non scrivo opinioni – chiamarle recensioni sarebbe ingiurioso e fuorviante – su libri o film. Nell’ultimo periodo mi sto tuttavia dedicando a una riscoperta di cose che avevo letto o guardato anni fa, e che ora mi sento di affrontare nuovamente con una sensibilità diversa. Non voglio però scrivere in questa sede della ciclicità e dell’evoluzione nella fruizione delle forme di comunicazione: va però da sé che, con il passare degli anni, cambiano le chiavi di lettura, spesso radicalmente.

Questa volta è il turno de “Il regno di Ga’hoole – La leggenda dei guardiani“, film che condensa in poco più di un’ora e mezza i primi tre volumi di una serie di libri scritta dalla statunitense Kathrin Lasky.

Si tratta di un film per tutte le età ma, come spesso accade, i diversi piani di lettura lo rendono apprezzabile anche e soprattutto da un pubblico adulto.

La trama, a grandi linee, parla di un barbagianni di nome Soren, affascinato dalle storie che suo padre gli racconta sui gufi guardiani di Ga’hoole, mitici guerrieri che hanno combattuto i malvagi Puri. Lo scontroso fratello di Soren, Kludd, ritenendo tali storie una pura invenzione e sentendosi in difetto rispetto al candido fratello sognatore, lo sfida a una gara di volo che fa finire i due pennuti al suolo, dove vengono rapiti proprio dai Puri. Da qui le storie dei fratelli  si intricano e si diversificano, e altro non dico per non guastare ulteriormente la visione.

Parlando del romantico barbagianni e del suo invidioso fratello potremmo andare con la mente ai richiami di Guerre Stellari sul lato oscuro della forza, sulla paura e sulla rabbia, nonché a molta altra letteratura popolare, ma c’è un particolare che rende il film e i libri interessanti, a mio avviso: il ventriglio. Non è certo di zoologia che vorrei parlare in questo post, ma di ciò che i vecchi gufi saggi raccomandano ai giovani: ascoltare il consiglio del ventriglio. Tendere orecchio al proprio cuore, insomma. Un po’ come ha scritto il controverso e discusso Coelho: “ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose, perché è originato dall’Anima del Mondo, e un giorno vi farà ritorno.”. Parole altisonanti che nascondono un certo livello di verità.

Soren deve insomma imparare, secondo il suo “maestro” gufo, ad abbandonare il pensiero razionale e agire secondo il proprio sentire. E, dato che ciò lo porterà a momenti di instabilità e di difficoltà, non tirarsi indietro in quei momenti bensì proseguire senza dare ascolto ai timori suggeriti dal raziocinio.

Coraggio, e restare sulla strada intrapresa.

Ora, qui non si sta dicendo di mettere completamente a riposo la materia grigia, ma quante volte le azioni dell’uomo sono bloccate dai timori? Da quella paura che spesso non può neppure essere nominata, perché il solo suono del suo nome spaventa molte persone, che ne rifiutano l’esistenza in se stesse e nei propri simili?
Ne ho avuto recentemente riscontro, quando nominandola in un paio di conversazioni ho visto l’interlocutore riparare in una improvvisa riformulazione dei propri pensieri, nascondendo il concetto stesso dietro ardite perifrasi, pur di evitare di affrontarlo.
La paura è un meccanismo di difesa, in origine, ma oggigiorno è un sentimento originato soprattutto dalla stratificazione di pensieri inquinati da un mancato ascolto e analisi di sé stessi.

Pensieri, appunto, che sono altro rispetto al sentire. Tante volte il sentire ci dà la soluzione ai nostri ostacoli, ma lo ignoriamo in virtù del razionale, che di virtuoso molto spesso ha ben poco, e infatti riteniamo spesso uno sciagurato chi ignora i propri timori. Non che si debbano ignorare i segnali ambientali o che non si debba tenere in conto il rischio, naturalmente, ma spesso questi fattori vengono sopravvalutati e le difficoltà vengono viste come ostacoli insormontabili in ogni ambito, anche affettivo.

Un problema subdolo sopraggiunge infine nel momento in cui, una volta intrapresa la strada del cuore, lasciamo che le paure tornino a noi ributtandoci indietro di anni luce, nel porto sicuro delle fallaci certezze a cui eravamo abituati.

 

Inferni autostradali

Time stops
Time stops

Da mesi e mesi questo post era in gestazione.

Tema: le autostrade tedesche e il comportamento dei teutonici al volante.

Avendone percorse parecchie e varie volte, da Monaco di Baviera ad Amburgo, da Berlino a Karlsruhe, da Trier al lago di Costanza, posso dire di averne una certa esperienza. Della quale, molte volte, avrei fatto anche a meno.

Va premesso che in Germania il mezzo di locomozione principale è l’auto. I treni, che funzionano abbastanza bene per gli standard italiani, sono invece al centro di molte polemiche fra i pendolari e viaggiatori occasionali tedeschi. Lo scorso inverno mi ero unito al coro di disappunto anche io, quando pendolavo da Monaco a Ulm.

L’autostrada è gratuita, invece, e il costo del carburante non è elevato come in Italia, a fronte di stipendi mediamente un po’ più alti.

Quindi, come si comportano alla guida i milioni di tedeschi che ogni giorno intasano le autobahn?

Per prima cosa va detto che sono, per certi versi, piuttosto ligi alle regole che hanno loro insegnato a scuola guida. Con qualche concessione creativa piuttosto diffusa, però.

Ad esempio, hanno detto loro che in caso di traffico pesante bisogna occupare la corsia più libera. Accade quindi di frequente che, su un’autostrada a due corsie come nella maggioranza delle tratte tedesche, vi sia un veicolo lento che ne sta superando un altro. Si forma quindi una lunga coda di veicoli in corsia di sorpasso, che attendono di poter passare a loro volta. Il tedesco che arriva in fondo alla fila che cosa decide di fare, quindi? Applica la regola alla lettera e si imbuca nella corsia di destra, libera. Procede facendo finta di nulla a velocità più sostenuta rispetto ai colleghi imbottigliati sulla sinistra e, quando arriva in prossimità del veicolo lento da superare, che fa? Decide che non ha altra scelta che tagliare la strada a tutti gli altri, infilandosi molestamente in corsia di sorpasso fra un’auto e l’altra! Questo comporta frenate improvvise, sbandate, se va bene rallentamenti a catena – immaginate decine di auto che frenano una dietro l’altra, rallentando progressivamente – e se va male tamponamenti. Questo è infatti uno dei principali motivi per cui, sulle autostrade tedesche, si formano dei rallentamenti a passo d’uomo in luoghi in cui non parrebbe possibile.

Suddetta meccanica diventa ancora più pericolosa nei – pochi, a dire il vero – tratti in cui non esiste limite massimo di velocità, in quanto la differenza di velocità fra veicoli lenti e veloci è enorme. Ad esempio mi è capitato di stare in corsia di sorpasso a 200km/h, superando un’altra auto, e da dietro vedere sopraggiungere veloce una berlina di grossa cilindrata che mi si è attaccata al posteriore lampeggiando e suonando per chiedere strada. Era ai 250km/h almeno, e voleva probabilmente che io mi smaterializzassi ancora prima di avere completato il sorpasso.

Non è finita qui: c’è un’altra regola fondamentale, internazionale, che il pilota tedesco applica spesso alla lettera: rientrare nella corsia di destra appena possibile. Per questo motivo si vedono di tanto in tanto degli scienziati che, a fronte di una cospicua presenza di mezzi pesanti (autotreni, camper, caravan ecc.) sulla corsia di destra, dopo ogni sorpasso rientrano dalla terza o seconda corsia alla prima, slalomeggiando cambiando corsia ogni 200m, costringendo gli autisti che sopraggiungono da dietro a inchiodare. Perché, naturalmente, la freccia viene usata mentre ci si sta spostando, non prima.

Fortunatamente la strada che percorro più spesso è il tratto Monaco-Udine passando per l’Austria, quindi i miei problemi di norma si risolvono a Salisburgo, al confine fra Germania e Austria. Fino alla stupenda città natale di Mozart, infatti, il traffico è un terno al lotto e rispecchia le regole teutoniche. Dopodiché tutto si fa più quieto e, addirittura, sull’autostrada dei Tauri, mi capita di sentirmi quasi solo. Il traffico si riduce sensibilmente e posso inserire il cruise control e rilassarmi.

Dulcis in fundo, quando i tedeschi vedono il segnale di interruzione dei limiti di velocità in Austria, molto frequente sulla A10 Salzburg-Villach in quanto presente dopo ognuna delle molte gallerie, credono che abbia lo stesso significato che in Germania, dove un limite massimo non esiste, e cominciano a viaggiare ad altissime velocità, dimenticandosi che il limite massimo in Austria esiste ed è fissato a 130km/h.

Insomma, voi lamentatevi delle autostrade italiane, ma tenete presente che al di là delle Alpi non si sta meglio.

 

Italiani incivili d’Europa. Davvero?

Two worlds
Two worlds

Interessante è constatare come l’italiano all’estero sia spesso visto come un disturbatore della quiete pubblica. Soprattutto nella ordinata e inquadrata Germania, dove le risate dei gruppi di italiani nei Biergarten sembrano quasi fuorilegge, confrontate con il mogio sussurrare di gran parte degli avventori teutonici. Uscendo con altri italiani avevamo quasi paura di poter essere segnalati ai tutori dell’ordine per divertimento molesto: strideva troppo il nostro atteggiamento rispetto a quello degli autoctoni, che fissavano il vuoto o tutt’al più scambiavano qualche timida risatina.

Anche nella vicina Austria l’atteggiamento è simile, in apparenza. Le casette allineate, le strade pulite e fiancheggiate da bellissime aiuole di fiori, limiti di velocità ferrei per proteggere acusticamente l’ambiente.

Ma tutto questo ordine e rigore austro-tedesco, che cosa produce a lungo andare?

Potremmo chiederlo agli esercenti e agli abitanti di Lignano Sabbiadoro, che hanno appena visto la loro città, per l’ennesimo anno consecutivo, vittima di vandali austriaci e tedeschi scesi in massa ad ubriacarsi sul litorale friulano. I titoli dei quotidiani locali erano piuttosto eloquenti, e chi – come me – ha già potuto vivere in prima persona l’esperienza, non può che confermarli.

Le spiagge e le strade erano ridotte a campi di battaglia, ubriachi si arrampicavano su alberi e palme, entravano nelle case sbagliate e negli alberghi sbagliati, vomitavano ovunque e ogni tanto sfasciavano quello che capitava a tiro.

Trovare un’auto italiana o un italiano era un’impresa, in mezzo a una folla di lingua tedesca. Anche perché i friulani non hanno feste per la Pentecoste, pertanto la domenica sera a fine maggio non vanno a sbronzarsi a Lignano. Il giorno dopo si lavora.

Italiani migliori, tedeschi peggiori, allora? Assolutamente no, ma neppure il contrario.

Più si gira per il mondo e si fa esperienza, infatti, più ci si rende conto di come il detto “tutto il mondo è paese” sia sempre valido e calzante.

Non ci si può neppure appellare ad altri fattori quali la scarsa presenza della polizia italiana, perché l’anno scorso a Ulm, in Svevia, vissi un’esperienza assai simile. In occasione di una festività cittadina molto importante e molto sentita, infatti, gli abitanti di Ulm avevano devastato la città ricoprendola di cocci, bottiglie, rifiuti e ogni sorta di liquami.

Al confronto di tale oscenità, il Friuli Doc di cui si lamentano alcuni negozianti udinesi pareva un ritrovo di chierichetti. È quindi vero che l’italiano all’estero è peggiore di altri popoli? Talvolta sì, talvolta no.

Certo è che, quando il morigerato e inquadrato tedesco trova l’occasione per andare fuori dalle righe, sembra mettersi in competizione con i più caotici esponenti d’Europa. L’italiano, invece, è abituato a vivere al margine delle regole, perciò forse non sente questa necessità di vivere la festività in modo così esagerato. Con l’eccezione del Capodanno napoletano, naturalmente.

O forse, come sarebbe più corretto dire, non esistono poi così tante differenze fra popoli, bensì fra persone, e il raziocinio e la civiltà sono beni rari un po’ ovunque, con o senza  coercizione da parte di un sistema statale presente che controlla e punisce.

Il treno non si ferma

Back home
Back home

Periodo di gran fervore in casa Sambarino. Fra le mie quattro pareti craniche, perlomeno, il che potrebbe essere un bene o un male a seconda dei momenti e delle interpretazioni che ne do.

Due giorni fa, mentre mi stavo rilassando sul divano con un libro in mano, mi sovvenne in un flash un sogno che feci tempo addietro. L’avevo intitolato “il treno del destino”, e non avevo mancato di pubblicarlo su queste pagine il giorno dopo che il mio subconscio l’aveva partorito.

Ricordai di questo bellissimo treno, supermoderno, che correva veloce e silenzioso in una landa nevosa spazzata dal vento. La giornata era assolata e luminosa e io mi stavo godendo il viaggio prima che il treno curvasse bruscamente per entrare ad altissima velocità in una galleria. Saltando direttamente alla conclusione, quando riuscii ad uscire dal treno dopo aver tentato di rompere i finestrini e non esserci riuscito, c’era una figura incappucciata che credevo mi stesse seguendo. Temevo fosse la morte, dal cappuccio nero e dal passo costante e lento. Scoprii infine che si trattava di null’altro se non di un ragazzino spaventato, che come me cercava di salvarsi risalendo le scale di emergenza della galleria.

Andai quindi a cercare il post su questo blog e scoprii che era datato 15 giugno 2010. Oltre un anno prima della mia partenza per la Germania.

Ora, a volersi divertire con i sogni, è divertente pensare che poco più di un anno dopo, ero davvero su un treno ultramoderno e ultraconfortevole come mai ne avevo visti, e stavo viaggiando dall’aeroporto di Monaco di Baviera verso Ulm, città in cui andavo a sostenere un colloquio di lavoro che avrebbe cambiato di molto la mia vita.

Il treno era veloce e silenzioso e correva in mezzo a una terra innevata, spazzata dal vento. Era la valle del Danubio.

E poi il tunnel. Scuro.

Il primo tentativo di uscirne, senza successo.

Il secondo tentativo, quando cercai di rompere il finestrino per scappare dalla carrozza. Ma non ci ero riuscito.

Poi, quando tutto sembrava perduto, il terzo tentativo. Le porte finalmente che si aprono e la risalita verso la luce. La paura della morte, dell’oscurità, per poi scoprire che la morte era un ragazzino spaventato. Solo un ragazzino spaventato, che avrei potuto essere io.

Singolare che mi torni in mente oggi, quel sogno, quando sento che la risalita è cominciata, che il ragazzino spaurito ero io, e che non serviva rompere il finestrino per rompere gli schemi. Bastava chiedere al capotreno di aprire le porte.

Simbolicamente il sogno di tre anni fa racchiude tantissimi spunti, ed è divertente che si ripresenti così vivido nella mia mente proprio in questi giorni.

Ed è la nascita e la morte del giorno.

Greggi cittadini

Look in the air
Look in the air

É una splendida giornata di inizio maggio, in questo angolo meridionale di una Germania in cui le temperature non sono ancora miti come nella nostra penisola. Un vento dolcemente intenso fa danzare gli alberi fuori dalle finestre del mio appartamento, e mi rendo conto che non onorare la Natura oggi sarebbe delittuoso.

Inforco la mountain bike e comincio a pedalare sulle quasi ubique ciclabili della città, senza precise mete ma seguendo a istinto le direzioni che preferisco. Attraverso quartieri commerciali e un po’ desolati, ma dopo poco una deviazione mi riporta sulle deliziose e fiorite ciclabili interne al Ring. Naturalmente molti altri hanno avuto la mia stessa idea e le piste sono affollate di biciclette, monopattini, pattinatori in linea, joggers e passeggiatori.

Il vento è fresco mentre passo veloce accanto a tende che ospitano feste della birra, a laghetti, a campi sportivi, a praticelli in cui i tedeschi, avventurosi, hanno deciso che è tempo di indossare il costume da bagno e abbronzarsi. Saranno sedici o diciotto gradi, temperature proibitive per il bagnante italiano, ma tutt’altro che scoraggianti per il teutonico che, stufo di quattro mesi di rigido inverno e di tre mesi di neve, vuole credere che la primavera sia arrivata infischiandosene delle condizioni climatiche.

Seguo l’indicazione per l’Englischer Garten, il giardino inglese a pochi passi dal centro, che rappresenta per Monaco un po’ quello che Central Park è per New York, con le debite proporzioni. I prati sono cosparsi del giallo dei denti di leone ma a un tratto vengo investito da un odore di stalla, il che mi stranisce all’interno di una città. Giro lo sguardo verso sinistra e intravedo una macchia bianca su un prato poco distante, sicché decido di deviare su una viuzza laterale per arrivare a quello strano candore e cosa vedo? Un nutrito gregge di pecore e agnellini intenti a brucare. Perché dovrei esimermi dal fermarmi e, con i polpastrelli sporchi e sudati, estrarre il telefono per scattare una foto?